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¤°.¸¸.·´¯`» Croce del Nord «´¯`·.¸¸.°¤

June 28

Untitle...

Un raggio di sole filtra dagli spiragli delle tapparelle, inondando la stanza di luce. Apro gli occhi.

Una camera sconosciuta. Un letto sconosciuto. Uno sconosciuto.

Realizzo, ma non voglio crederci. Mi guardo il braccio sinistro, ed un puntino rosso sopra la vena, all'altezza del gomito, appare dall'ombra, dandomi la conferma del mio terribile sospetto.

Merda, ci sono ricaduta.

E come un flash, tutto mi ritorna alla mente: la crisi d'astinenza, la voglia di farmi un buco, la ricerca disperata di eroina e la disperazione di non trovarne nemmeno un quartino. Da li in poi tutto come al solito, tutto come prima della terapia per la disintossicazione: battere sulla statale per racimolare qualche lira e correre poi verso il parco vicino alla stazione, dove bucomani e spacciatori si trovano nel tardo pomeriggio per contrattare la compravendita di eroina.

Dopo aver cercato in vanamente nei cassetti di camera mia qualche bustina di plastica trasparente che contenesse almeno un misero quartino di quella polverina bianca, capii che avrei dovuto darmi da fare per procurarmi dei soldi per acquistare un po' di eroina, giusto per farmi passare la rota. Stavo male, le mani mi tremavano ed ero completamente schizzata.

Dopo averi riordinato i cassetti di camera mia, contenenti succo di limone, cucchiaini e la mia inseparabile siringa, andai in cucina, dove i miei genitori tenevano i loro risparmi. Il pomeriggio era afoso, i bambini fuori urlavano ed il sole invadente cercava di insidiarsi nella stanza. Tutto ciò non aiutava il mio stato di irritabilità. Il mio unico pensiero in quel momento, era la siringa impiantata nella mia vena, non immaginavo altro. La caraffa, in ceramica bianca finemente decorata d'oro contenente i risparmi, era posta in alto su una mensola di legno chiaro.

Presi la sedia, e per poco mi sentii mancare le forze, non sentivo più le gambe. Il mio corpo era percorso da spasmi, non controllavo quasi per niente i muscoli e la salivazione era sempre maggiore, e non riuscivo ad ingerirla, benché la mia gola fosse molto secca.

Alla fine riuscii a portare la sedia alla credenza di vimini, salii sul ripiano di quest'ultima e raggiunsi la caraffa. Scesi e la posai sul tavolo. Ne tirai fuori tutte le banconote e iniziai a contarle: cinquemila lire, diecimila e duemila. Cazzo, c'erano solo diciassette fottutissime mila lire. Vaffanculo, me ne mancavano ancora ventiduemila. L'unica soluzione era tornare a battere sulla statale.

Corsi in bagno per truccarmi. Le mie mani tremavano terribilmente. Cercai di mettere la matita nera nel migliore dei modi, mantenendo il più possibile la mano ferma. Tracciai una spessa linea scura. Con un pennellino passai dell'ombretto, dello stesso colore dell' eye-linear sulla palpebra e poi un po' di rimmel per allungare le ciglia. Le labbra le risaltai con un rossetto rosso acceso, e per finire misi del fard sulla mia pelle, per nascondere il leggero ingiallimento, dovuto all'epatite C, che avevo appena passato.

Mi alzo da quel letto sconosciuto. Mi gira terribilmente la testa. Era la prima dose che mi sparavo in vena dopo la malriuscita disintossicazione. Evidentemente ho esagerato con la quantità. Guardo in giro per la camera. Tende bianche ricamate finemente, lenzuola chiare e profumate ed i mobili antichi di legno scuro con qualche intarsio qua e la donavano alla stanza un tocco ancora più sofisticato. Lo sguardo poi si ferma sul quell'uomo, o meglio su quel ragazzo che il tardo pomeriggio mi aveva abbordata, senza un sorriso, ma solo con uno sguardo gelido, accompagnato da un veloce cenno di mano, che mi indicava di salire in auto.

Stavo battendo sulla statale, e mi si accostò una Porche blu metallizzata dai finestrini scuri. Se non fossi stata a rota, avrei avuto stizza e mi sarei scostata, ma proprio perchè avevo bisogno di soldi per l'eroina, non ci ho pensato due volte a salire su quell'auto e andare verso l'ignoto. Generalmente facevo marchette nell'atrio principale della stazione, e ciò mi permetteva di scegliere i miei clienti, controllare se tutto era apposto. Già, a differenza delle bucomani “arrivate”, io avevo ancora la possibilità di decidere con chi andare e con chi no, grazie al fatto che a differenza loro, che erano trasandate, mi curavo, ci tenevo ai miei capelli, mi truccavo e cercavo di mantenere i tratti infantili del mio viso, e di risaltare il mio corpo ancora acerbo, privo di forme, dovute all'eccessiva magrezza. Ecco ciò che volevano quegli uomini: scopare con bambine.

Quando salii in macchina, guardai attentamente il conducente. Era completamente diverso dagli altri: giovane, corti capelli biondi, occhi chiari, che parevano quasi ghiaccio, ed una leggera barba incolta faceva da cornice alle sue labbra carnose. Le spalle erano larghe, e la camicia leggermente sbottonata lasciava intravedere dei pettorali scolpiti. La prima cosa che pensai fu: “Perché un tipo così va a puttane?”. Solitamente i clienti che mi capitavao erano grassi, vecchi e malridotti. Dopo lo scoprii: si vergognava delle sue disfunzioni sessuali. Il problema? Eiaculazione precoce.

Appena montai in auto, si accorse che stavo a rota, e fece una gran mossa: mi diede un quartino subito. Senza parlare, solo guardando le mie pupille dilatate. Presi il cucchiaino, ci misi sopra l'”ero”, la diluii con acqua e succo di limone e poi bruciai il tutto con un accendino. Il preparato lo misi nello stantuffo. Presi il laccio emostatico e lo avvolsi attorno al braccio per cercarmi la vena. Infilai la prima volta e aspirai, per cercare del sangue. Non venne nulla. Alla seconda lo trovai, e in un attimo mi iniettai tutta la poltiglia. Una sensazione di benessere pervase il mio corpo.

A posto?”, mi chiese il ragazzo.

Si, possiamo andare”.

Mi portò in un hotel sfarzoso hotel, e li dovetti concedermi a lui, soddisfarlo. Non c'era amore, tenerezza e nemmeno rispetto. Ero un oggetto. Alla fine cademmo in un sonno profondo.

Ed ora eccomi qua, a guardare la mia immagine riflessa nello specchio di quel bagno, e vedere una Marika spenta, con due occhi grandi ricolmi di tristezza, scavati in un viso scarno e smunto, coperto da una lunga frangetta nera.

Torno in camera e mi rimetto sul letto. Fisso il soffitto, e lascio la mente viaggiare. Cazzo, è più di un anno che faccio la puttana per racimolare soldi per l'eroina, e da quasi due uso stupefacenti.

Do' un'occhiata alla radio sveglia: sono le 8:23 di un soleggiato martedì 25 giugno.

Tra due giorni compirò quattordici anni.

 
June 13

Salice piangente, giorni d'estate...

Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
E perché non è potuto restare?

Sulle tue fronde si arrampicava
e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava

Con la tua ombra vinceva l'estate
pensavi fossero eterne le sue risate?

Smetti di piangere salice piangente
perché questo piangere non servirà a niente,
credi che la morte te lo abbia tolto,
che non tornerà mai,
ma cercalo nel tuo cuore,
lo ritroverai.
May 24

3° capitolo: lei.

Quegli occhi. Stupendi, profondi, espressivi.
Quell'espressione: dappria corrucciata, poi stesa, forse anche sinceramente dispiaciuta.
Guardo quella ragazzina allontanarsi verso il calare della sera. Il vento inizia a farsi più freddo e forte, muovendo i rami degli alberi in fiore, e facendocadere i petali nel fiume.
Molto probebilmente farò tardi all'appunamento con Federica, ma no posso lasciare che quella ragazza torni a casa da sola col buio.
La chiamo.
"Ehi!". Si gira.
Cammino velocemente verso di lei.
"Se vuoi posso darti un passaggio fino a casa. E' pericoloso girare da sola per la città col buio, non si sa mai che gente si possa incontrare".
La guardo. E' dubbiosa, molto probabilmente anche diffidente. Ha testa la ragazza. Alza lo sguardo e mi fissa negli occhi. Vuole capire se c'è da fidarsi.
"Mia mamma dice che non si deve accettare i passaggi daglisconosciuti...".
Sorride.
"D'altro canto, penso che mi possa succedere qualcosa con più probabilità andando in giro con la kefja col buio, che con un tipo che ha fatto il bagno nella coca-cola".
Ha senso dell'umorismo la ragazza.
"E poi non penso che un signore con un'aria così distanta e per bene, possa rivelarsi uno dei peggiori malintenzionati no?".
Mi fa sorridere.
"Questo distinto signore, non ha settant'anni, bensì trenta. Comunque, piacere Alessandro".
Le tendo la mano.
"Piacere mio, Azzrra".
Me la stringe con forza. Non mi sono mai piaciute lepersone con unapresa debole, danno l'idea di insicurezza. Invece questa ragazza mi appare sicura di sè.
"Allora dai, avviamoci verso la macchina".
Ci incamminiamo silenziosamente in direzione del ponte. La sento un po' tesa, imbarazzata oserei dire. Mi fa tenerezza. I capelli biondi le coprono il volto, ma posso intuire che il suo sguardo sia fisso per terra. Decido di interrompere il silenzio.
"Azzurra?". Finalmente mi guarda.
"Mi dica".
Un sorriso le si schiude dalle labbra rosate, senza un velo di trucco. Vorrei conoscerla meglio, mi incuriosisce.
"Eddai, non darmi del lei, mi fai sentire vecchio!".
"Ok, allora dimmi".
Siamo sul ponte. Il fiume scuro scorre tranquillo sotto di noi, ed i lampioni si sono appena accesi, riflettendo la loro luce nelle acque.
Siamo di fronte ad un'invitante bancherella di dolciumi, bibite e molto altro ben di Dio. Mi viene un'idea
"Posso offrirti una Cocacola, visto che non sei riuscita a goderti fino in fondo quella di prima?"
"Come rifiutare una Cocacola bella fredda? Affare fatto!".
Ci avviamo verso lo stand.
Non riesco a capirmi, devo essere tutto matto. Io, un trentenne, in compagnia sua, una sconosciuta che su per giù sarà appena maggiorenne, che tra l'altro mi incuriosisce. Roba da matti.
"Una Cocacola una lattina di Heiniken per favore".
Un uomo grassottello, dai lunghi baffi e la faccia simpatica ci porge le ordinazioni.
"Quant'è?"
"Sono 4 euro e 80".
Estraggo dal portafogli una banconota da cinque.
"Ecco a lei".
Ricevo i venti centesimi di resto.
"Arrivederci".
"Arrivederla".
Guardo il mio rolex al polso. Cazzo, sono quasi le otto, e tra poco dovrei essere a casa di Federica. No, on vogli affrettarmi però. Voglio godermi la compagnia di Azzurra. Mi incuriosisce. Anzi, voglio prolungare ancora un po' il tempo da passare con lei.
"Azzurra, che ne dici se ci sediamo da qualche parte?"
"Non sarebbe una brutta idea,ma cheore sono?"
Riguardo l'orologio.
"Mancano cinque minuti alle otto".
"Ma si dai, ritarderò un po' il mio ingresso trionfale a casa".
E' forte questa ragazza. Raggiungiamo una panchina dipietra chiara, situata sotto una betulla. Ci sediamo. Azzurra continua  sorseggiare la sua Cocacola.
"Alessandro, che fai nella via?"
"Lavoro in uno studio come commercialista. Te invece?"
"Studio al Pindemonte, ragioneria. Sono in quarta IGEA".
Cavolo, ha fatto il mio stesso percorso di studi.
"Non penso che ti stupirai, ma pure io ho frequentato la tua stessa scuola, ed il tuo stesso indirizzo. Ho sempre odiato l'informatica, e Pascal 5 ha contribuito ad alimentare la mia avversione". 
"Idem per me. Ma già ai tuoi tempi esistevano questiprogrammi?"
"Ehi ragazzina, mica ho vissuto ai tempi della pietra!"
Ridiamo insieme. Ha una risata gioiosa, allegra, mette serenità.
"Alessandro, andiamo verso la macchina? I miei se no mi chiudono fuori."
Di già vuoi andartene? Come vuoi. Stavo tanto bene in tua compagnia.
"Ok Azzurra, vieni".
Ho anche l'appuntamento, devo affrettarmi, me ne ero scordato. Questa ragazzina mi incuriosisce sempre di più, tanto che è riuscita a farmi dimenticare il piacevole impegno che avevo con Federica, una ragazza carina, pacevole, con la quale ho un'ottima intesa.
Ormai il cielo è completamente scuro, e le prime stelle iniziano a comparire, accompagnando la luna a tre quarti lungo il corso della notte.
Attraversiamo un giardino, dove l'aria è carica dei profumi dei tigli in fiore.
Ecco la macchina. Una Mini bianca e nera.
"Ehi Alessandro, che bell'auto che hai!"
"Grazie! Dai sali che partiamo".
Entro nell'abitacolo. Azzurra si aggancia la cintura e si abbandona sul sedile affianco al mio. Chiude gl occhi. Sembra stanca.
"Sei tanca?". Magari lo fossi, ti vorrei vedere dormire. Saresti dolcissima. Mi metti tenerezza.
"Eh un po'. Oggi ho studiato matematica al parco con la mia amica". Sospiri.
"Che argoment?". Mi piacerrebbe aiutarti piccola.
"Limiti, un casino".
Sorridi.
Metto in moto e partiamo verso la notte, lasciandoci alle spalle gli scuri palazzi del centro storico.
 
April 28

2° capitolo: scontro

Stessa città, stessa ora, vita diversa.

 

“Sara, sei riuscita a risolvere questo limite? E’ impossibile”.

“Guarda, mi trovi pianamente d’accordo con te. Comunque, a me è venuto indeterminato”.

Do un’occhiata al quaderno della mia amica e scoppio a ridere. Risultato e procedimento sono completamenti diversi. In ogni caso, due ore di studio di matematica al parco davanti ad una bella Coca-cola fresca, sono sicuramente più proficue di dieci ore trascorse barricati in casa a studiare.

Chiudo il libro e lo ripongo nella tracolla.

“Ehi Sara, ti va se ci sdraiamo sull’erba e prendiamo gli ultimi raggi di sole? Sono una mozzarellina”, il tutto accompagnato da un’espressione simile a quella di un bambino speranzoso.

“Ahahah, certo Azzurra”, mi risponde abbracciandomi con sincero affetto, come sincera e pulita è la nostra amicizia. Ci sdraiamo tra le margherite e gli occhi di madonna e ci lasciamo scaldare dagli ultimi raggi della giornata. Alzo la maglietta fino a metà e chiudo gli occhi, mentre un leggero venticello inizia a soffiare, portando con sé i primi profumi primaverili. La mia mente pensa a domani, quando avrò il compito della tanto ostica matematica sui limiti. Ma ora voglio godermi questo momento di pace e non voglio pensarci.

Scaccio via questi pensieri angoscianti e mi giro su un lato: Sara sembra che stia dormendo tranquilla. Il suo viso è steso ed il corpo abbandonato sull’erba verde.

La guardo.

Siamo così diverse, eppure così amiche e mi pare quasi impossibile che la nostra amicizia duri da così tanto tempo, dalla prima media, quando siamo capitate in classe insieme, più precisamente nello stesso banco. E da li in poi non ci siamo più lasciate, fino ad ora che siamo in quarta superiore, sempre amiche e sempre nella stessa classe.

Ripenso a tutte quelle che abbiamo passato insieme e mi viene da sorridere. Indubbiamente io e te, amica mia, facciamo una coppia ben assortita.

Entrambe piccoline, ma con caratteristiche somatiche e caratteriali agli antipodi: caschetto biondo e occhi verdi io,  capelli mossi e castani con occhi scuri e profondi tu; carismatica, forte e coraggiosa io, dolce, tranquilla e conciliante te.

Abbandono le mie riflessioni e richiudo gli occhi.

Questo è stato davvero un periodo duro, sia dal punto di vista scolastico, sia da quello sentimentale. Ad aprile si concentrano verifiche ed interrogazioni, ed il mio ex ragazzo non si è fatto remore, ed ha deciso di lasciarmi, facendomi risvegliare da un sogno stupendo. Dio solo sa quanto ho sofferto e sto soffrendo tuttora. E dopo quest’ultimo pensiero mi addormento, lasciandomi cullare dalla brezza del tramonto.

 

“Azzurra! Azzurraaaa!”

“Eh?Eh? Ah, ciao Sara”. Apro gli occhi e mi stiracchio.

Il sole sta scomparendo all’orizzonte, il cielo sta imbrunendo e l’aria è più fresca. Il parco è quasi completamente silenzioso e deserto.

“Zazzu, ma sai che ore sono?”

Mi alzo e cerco la mia tracolla blu. Frugo per cercare il cellulare. Eccolo.

Cazzo, sono quasi le sette e tre quarti. Fantastico. Per giunta trovo anche tre chiamate: “casa”, “mamma” e di nuovo “casa”. Mia madre sarà preoccupata, dovevo rincasare alle sette in punto. Meglio chiamarla. Scorro la rubrica: “Livia”, “Luca”, “Lucia”, “Maddy”… ecco qui, “mamma”. Premo il pulsante verde per inoltrare la chiamata.

Tuuuu. Tuuuu. Tuu.

”Pronto?”. Voce preoccupata.

“Mamma, sono Azzurra”.

“Ehi, ma che fine avevi fatto? Ti ho chiamata tre volte!” Tono di rimprovero misto a senso di sollievo.

“Scusami, ma mi sono addormentata. Tra massimo venti minuti sono a casa. Ciao!”.

“Sbrigati che c’è gia pronta la pasta. Ciao.”.

Riaggancio.

“Sara, devo scappare a casa se no mi uccidono”.

“Idem per  me. Buona fortuna per domani allora. Ma tanto te sei brava!”.

“Ma va dai, siamo sullo stesso livello per via di limiti e compagnia. Piuttosto, domani suggeriamoci, eh? E sediamoci vicine”.

“Certo, dubbi?”.

Scoppiamo a ridere. Questa è la nostra conversazione tipo prima di ogni compito in classe: stabilire i posti, strategie per suggerirci e molto altro. Anche se non ci dicessimo nulla, ci troveremmo comunque vicine. Tra noi è come una sorta di atto implicito che dura ormai da sette anni. Ma ci piace cos’, ci piace ricordarci a vicenda i nostri accordi, quasi fosse un rito portafortuna.

La abbraccio e la stringo forte.

“Allora buona fortuna Saretta”.

“Anche a te. Ciao!”

 “Ciao!”.

Ci salutiamo.

Mi avvio velocemente verso l’uscita, un po’ intontita ed infreddolita! Mannaggia a me che sono uscita solo con una maglietta a maniche corte ed un paio di jeans.

Appena fuori dal parco vengo investita dal rumore del traffico congestionato e dall’aria carica di smog, che si sostituiscono alla quiete ed ai profumi primaverili del parco. Le auto sono tutte incolonnate e dai finestrini si possono vedere le facce innervosite e stanche degli automobilisti, impazienti di tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro.

Ancora un po’ di luce rischiara il cielo, e ciò mi rassicura. Tornare a casa da sola col buio mi inquieta, se ne sentono tante in giro.

Cammino a passo spedito, mentre finisco di bere la Coca-cola. Una folata di vento più fresca mi fa rabbrividire. Mi fermo e cerco nella tracolla la mia kefja bianca e nera. La avvolgo intorno al collo e proseguo con passo veloce, percorrendo una strada alberata, costeggiata a destra dal fiume e sul suo lato sinistro si erigono imponenti palazzi storici, adibiti agli uffici commerciali ed amministrativi più importanti della città. Li guardo meravigliata e continuo a camminare velocemente, quasi correndo.

E’ un attimo. Un urto. La Coca-cola si rovescia sulla mia t-shirt bianca.

“Ma che caz… fai più attenzione!”.

Alzo gli occhi e mi ritrovo davanti un ragazzo, o meglio, un uomo sulla trentina. Ha l’aria di essere una persona d’affari, un commercialista forse.

“Scusami, ma penso che avresti potuto prestare più attenzione tu, non credi?”.

Non sembra arrabbiato, ha un tono di voce gentile, amichevole oserei dire. Mi sorride. Lo guardo meglio: capelli biondo scuro, occhi verdi, alto circa un metro e ottanta, completo gessato cravatta nera, camicia bianca ed una ventiquattrore in pelle scura nella mano.

“comunque mi scusi, anche per la risposta un po’ troppo impulsiva e naturalmente anche per lo scontro, solo che andavo di fretta e non ho badato molto a dove mettevo i piedi. MI scusi ancora, arrivederci.”.

E con questo ultimo saluto chiudo la conversazione, lasciando quello sconosciuto dietro di me, e proseguendo per la mia strada.    

April 23

1° capitolo: This is the life

I raggi del sole primaverile del tardo pomeriggio tingono di arancio il cielo e donano una tinta calda ai freddi palazzi antichi del centro storico.

Cinque meno un quarto. Tra poco anche questa giornata di lavoro terminerà.

La visuale che ho dalla finestra del mio studio è stupenda, da proprio su un parco del centro, ed in questo periodo i suoi alberi con più rigogliosi che mai.

Driin. Driin.

Lo squillo del telefono interrompe il flusso dei miei pensieri.

“Signor Antonini?”

E’ la segretaria.

“Dimmi pure Martina”.

“Ha chiamato il signor Parini, il cliente di stamattina. Mi ha appena comunicato che tra cinque minuti le manderà un fax riguardante le pratiche di cui avete discusso stamattina”.

“Grazie per avermi avvisato Martina. Appena arriva  il fax, potresti portarmelo nel mio studio per favore?”

“Certamente signor Antolini”.

“Grazie mille Martina”.

“Di nulla, si figuri, a dopo”.

Riaggancio.

Che ragazza gentile. Gentile, brava e soprattutto bella e provocante. Torno alla mia finestra per godermi ancora per un po’  i caldi raggi del tramonto. Per essere i primi di aprile fa davvero caldo.

Toc toc.

“Avanti”.

“Eccomi signor Antonini”.

Ecco Martina. Rimango a bocca aperta. Capelli lunghi, lisci e corvini, che incorniciano due occhi azzurri da gatta, sottolineati da un tratto di matita nera ed illuminati da un ombretto perlato, che si intona perfettamente con la sua carnagione abbronzata.

Due gambe mozzafiato, coperte fino a metà coscia da una minigonna nera.

“Acc… accomodati pure Martina”.

Si siede sulla sedia in pelle di fronte alla  mia scrivania, accavallando le gambe e ravvivandosi i capelli. Segno di disagio o di voglia di sedurre?

“Volevo chiederti a riguardo della telefonata del signor Parini...”.

“Si, mi dica tutto”.

“Ecco…”.

Mi interrompo. Cazzo, Lo sguardo mi cade sulla scollatura della sua camicetta bianca. Devo riprendermi subito.

“Ecco, ti ha detto per caso quando verrà per discutere le ultime date?”

“Si, ha detto che tornerà martedì mattina verso le nove e mezza circa”.

Do un’occhiata all’orologio vicino al quadro. Sono da poco passate le cinque, e questo significa che è ora di tornare a casa.

“Come si è fatto tardi, dobbiamo chiudere. Allora Martina arrivederci a lunedì e grazie di tutto”.

“Si figuri. Arrivederci”.

Si alza e si dirige verso l’uscita. Che paradiso per i sensi. Ha un sedere veramente fantastico: piccolino, sodo, insomma stupendo.

Che caldo! Mi allento il nodo della cravatta ed abbasso le tapparelle, lasciando la stanza in penombra.

Toc toc.

Chi cazzo è a quest’ora? Mah, sarà la donna delle pulizie.

“Avanti”.

Si apre la porta.

“Martina?”

“Si, mi scusi, ma non trovo le chiavi. Magari le ho dimenticate qui”.

“Martina, non mi pareva che avessi portato altro oltre al fax di Parini”.

Avanza sicura di se, con un fare sensuale, conscia del suo fascino. Me la ritrovo a pochi centimetri da me.

“Non si sa mai”. Sorride, maliziosa.

La penombra avvolge la stanza, mentre gli ultimi raggi di luce filtrano dagli spiragli delle tapparelle.

Martina è così vicina a me, che riesco a sentire la sua fragranza delicata al tiglio. Si sposta ed inizia a cercare le fantomatiche chiavi smarrite. Si piega, cercando di mettere in evidenza le sue doti da seduttrice. M sento terribilmente eccitato. Spero che non se ne accorga.

“Martina, le hai trovate?”

“Mmmm, no, non ancora”.

Si alza e si sistema la minigonna.

“Senta, le andrebbe di prendere un aperitivo con me?”

“Mar.. Martina! Ma sono il tuo capo! Cosa ti salta in mente?”

“E allora? Guardi che so cosa ha pensato prima, mentre ero chinata”.

Ora è pericolosamente vicina al mio viso. Mancano pochissimi centimetri per toccarci.

“Martina, per favore, lasc…”.

E’ un attimo. Non riesco a finire la frase che poggia le sue labbra rosse, morbide, sensuali, sulle mie, lasciandomi un bacio leggero, morbido, ma estremamente sensuale.

Il tempo sembra essersi fermato e l’atmosfera che si respira è surreale: il caldo, il silenzio, la sorpresa, il suo profumo e l’imbarazzo.

Si stacca da me.

“Allora?”

“Martina, guarda per oggi sono occupato”.

Sembra dispiaciuta.

“Sarà per un’altra volta allora”.

Sorride e se ne esce di scena, lasciandomi li, ancora confuso e frastornato, con il cuore che ancora batte forte per l’emozione.

Driin. Driin. Driin.

Ecco ci si mette pure il cellulare.

“Pronto?”

“Ciao Alessandro, sono Ilaria”.

“Ehi ciao Ilaria. Allora per stasera va bene?”

“Si certo”.

“Ti passo a prendere per le 8, ok? A dopo”

“A dopo Alex, ciao”.

Tllick. Riagganciato.

Questa si che è vita.

April 18

All'ombra dell'ultimo sole

E' un caldo mezzogiorno di piena estate.
Il sole risplende alto nel cielo azzurro, mentre le nuvole giocano a rincorrersi, sospinte dalla leggere brezza estiva. Intorno a noi solo campi verdi, interrotti da qualche recinzione e qua e la da qualche albero, ed il canto dei grilli e delle cicale ci fa compagnia.
L'ombra di un'alta betulla ci ripara dai caldi raggi del sole e la mia testa sta appogiata sul tuo petto nudo.
"Anna?"
"Dimmi Chris".
"Sai, non so da quanto tempo non ero così in pace con me stesso. Mi sento davvero sereno in questo momento".
Già amore, chissà da quanto non ti sentivi tranquillo. La pace, invece, io non l'ho ancora trovata. Devo continuare ad amarti in silenzio, come ho sempre fatto da tre anni a questa parte. Eri il ragazzo di Emily, la mia migliore amica. Lo sei stato per molto tempo, ma poi tra voi due è finita. Lei non miha mai voluto spiegare il perchè, e nemmeno tu.
Ti sorrido.
Cerco di scorgere i tuoi occhi castani, che si nascondono dietro ai ray-ban scuri a goccia.
Sei dannatamente bello Chris, hai l'aria da ragazzo sicuro e misterioso, starei ore anche solo a guardarti.
"Ne sono felice. Penso che dopo questo periodo di sofferenza, te o meriti".
Abbassi gli occhiali e mi fissi con il tuo sguardo caldo. Mi sento morire, non mi hai mai guardata così intensamente.
"Si, dopo tre anni un po' di felicità me la merito, non credi?"
Prendi una spiga e te la porti alla bocca. Il venticello scompiglia i tuoi capelli castani, mentre con una mano te li ravvivi, portandoli indietro.
Mi scosto dal tuo petto, incuriosita.
"Tre anni?"
"Si Anna, tre anni".
" Ma con Emily non vi siete lasciati da poche settimane?"
Nascondi nuovamente gli occhi dietro le le lenti scure. Insicurezza forse? Mi sto preoccupando.
"Ho detto qualcosa che non andava Chris?"
"Anna, come ti sentiresti se dovessi amare qualcuno segretamente, per non voler far soffrire un'altra persona, per la quale nutri solo un profondo affetto?"
Per un attimo il sole sinasconde dietro alle nuvole, per comparire supbito, quasi fosse curioso di sentire la mia risposta. I grilli e le cicale hanno smesso di cantare.
Tutto intorno è silenzioso.
Amore ci sono passata, so cosa vuol dire amare in silenzio, con la consapevolezza di non essere ricambiata. Non voglio dartela vinta, non voglio farti capir nulla.
"Immagino che si stia male".
"Immagini bene Anna".
Mi sorridi dolcemente e mi scosti una ciocca bionda dal viso. La prendi tra le mani e ci giocherelli.
Poggi i Ray-ban sull'erba e porti la mia testa sul tuo petto. Il profumo dei tigli portato dal leggere venticello si mescola con il tuo odore di uomo e la tua colonia. Respiro a fondo, voglio inebriarmi del tuo profumo amore.
"Ora permettimi di fare una cosa, per la uquale ho atteso tanto tempo..."
E' un attimo.
Con la mano tra i miei capelli, avvicini il mio viso al tuo, mentre le tue labbra cercano le mie.
Le trovano.
Le poggi piano, delicatamente, quasi con timidezza. Le dischiudi piano, un po' per volta, ed io ti seguo. Tutta questa lentezza mi piace, mi fa morire e... si, fa crescere in me il desiderio di te.
Sento la tua lingua che entra piano, senza fretta, senza strappi al motore. Le nostre labbra hanno sempre voglia di noi, di prendersi, di non lasciarsi più, e la passione ci prende.
La brezza ha smesso di soffiare, ed il calore del sole avvolge i nostri corpi.
Sospiro.
Sospiri.
Mi piace.
Ti piace.
Sento il tuo cuore che batte forte,e tra un battito e un respiro mi sussurri dolcemente:
"Ti amo".
April 17

Senza ali

Sei un angelo caduto dietro il ciglio di una strada,
tra l'asfalto e la pietra dove l'erba si dirada ,
ho contato le tue ossa, misurato ogni ferita ,
resistiti all'amarezza con la stretta delle dita.
 
A quell'uomo che è venuto a cercare la tua pelle,
per due soldi hai regalo la tua polvere di stelle,
ma se è vero che non vivi e non ne vuoi parlare,
nel tuo cuore nutri il sogno di riprendere a volare.

Sei un'angelo caduto dentro un'altro firmamento,
la tua casa non è il sole ma una strada di cemento,
una vittima immolata alle fantasie di un pazzo,
giace immobile, indifesa, assomiglia ad un pupazzo.
 
Hai prestato il corpo a ore per poter tirare avanti,
hai subito la condanna di tutti i ben pensanti,
e mi piace ricordare che spesso sono quelli,
che ridono godendo dei rumori dei coltelli .

A quell'uomo che è venuto a cercare la tua pelle,
come mai non è bastata la tua polvere di stelle?
Ma se è vero che si vive oltre questa dimensione,
io mi chiedo qual'è il senso mi domando la ragione.
Ma se è vero che non vive e non ne vuoi parlare,
nel tuo cuore nutri il sogno di riprendere a volare,
di riprendere a volare.

April 06

Opinioni...

Cari ragazzi, oggi mentre aspettavo che i miei compagni finissero la verifica di storia, mi sono posta una domanda, alla quale però non ho ancora trovato una risposta: perchè per le ragazze la prima volta che fanno l'amore la idealizzano, la sognano perfetta, dolce, romantica (e chi più ne ha, più ne metta), mentre per i ragazzi è esattamente l'opposto, ossia molto spesso per loro basta "farlo"?
Secondo voi?
 
Cambiando argomento, la gita a Monaco è stata bellissima, molto probabilmente la più bella che abbia mai fatto in vita mia. Mi ha lasciato molto, e sono tornata con tante cose in più (oltre a 1 kg di ciccetta, eh eh eh). Emozioni, esperienze e sentimenti mi hanno arricchita, per non parlare poi delle tante persone che mi hanno accompagnata in questo brevissimo tratto della mia esperienza, e spero che alcune, soprattutto TU (e sai a chi mi rivolgo), continueranno a camminare assieme a me ancora. Appena potrò (e soprattutto se la mia pigrizia primaverile e l'allergia se ne andranno), vi racconterò di questa bellissima gita o, parlando con un liguaggio didattico, viaggio di istruzione.
Che dire, mi devo ancora riprendere totalmente sia a livello fisico, sia sentimentale-emotivo, perchè ho vissuto emozioni davvero intense in tutti i sensi.
 
Quindi ora mi sento di ringraziare coloro che nel bene (e raramente nel male), hanno reso questa gita bella da morire, alcuni anche se li conosco poco:
Jessica Danzi, Sara Barana, Sara Lucchi, Sara Todeschini, Silvia Aldegheri, Enric Ramponi, Marco Baroni, Mattia Valdegamberi, Giorgia Dal Dosso, Giulia Garonzi, Andrea Trevisan, Massimiliano Peloso, Enrico Rama, Beniamino Iatrì, Alberto Stoppa, Emanuele Sansano, Francesco Venturini.
Volevo fare un grazie speciale anche a te piccolino (ometto il tuo nome, per non crearti casini, visto che c'è qualcuno che accede al mio blog...), a te che mi hai fatta star bene, a te che ti ho ritrovato (finalmente!!), e spero che passeremo ancora altri momenti bellissimi come questa gita!
 
Vi saluto ragazzi!
March 27

Oggetto: lettera ad una mamma

Una madre entra nella camera della figlia e la trova vuota con una lettera
sul letto; presagendo il peggio, apre
la lettera e legge quanto segue:
Cara mamma, mi dispiace molto doverti dire che me ne sono andata col mio
nuovo ragazzo. Ho trovato il vero amore e
lui, dovresti vederlo, è così carino con tutti i suoi tatuaggi, il piercing
e quella sua grossa moto veloce.
Ma non è tutto, mamma: finalmente sono incinta e Abdul dice che staremo
benissimo nella sua
roulotte in mezzo ai boschi. Lui vuole avere tanti altri bambini e questo è
anche il mio sogno. E dato che
ho scoperto che la marijuana non fa male, noi la coltiveremo anche per i
nostri amici, quando non
avranno la cocaina e l'ecstasy di cui hanno bisogno.
Nel frattempo spero che la scienza trovi una cura per l'AIDS così Abdul
potrà stare
un po' meglio: se lo merita!
Non preoccuparti mamma, ho già 15 anni e so badare a me stessa. Spero di
venire a trovarti presto
così potrai conoscere i tuoi nipotini.
La tua adorata bambina
P.S. tutte balle, mamma! Sono dai vicini.
Volevo solo dirti che nella vita ci sono cose peggiori della pagella che ti
ho lasciato sul comodino.
March 25

Ho preferito così...

No, non ho deciso di troncare la mia produzione, ma solamente renderla più personale per ora, fino a che non l'avrò conclusa. Voglio perfezionarla, farla più "mia" e portarla avanti.
 
 
 

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